Cinquanta sfumature di grigio (il film)

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Dal romanzo best seller di E.L. James
Anastasia Steele è una studentessa in Letteratura inglese prossima alla laurea. Per sostituire un’amica influenzata va ad intervistare Christian Grey, giovane e ricco amministratore delegato della Grey Enterprises Holdings Inc. e se ne innamora, ricambiata, a prima vista. Christian mette però in breve tempo le cose in chiaro: la sua è una personalità dominante e il rapporto dovrà sottostare a precisi patti. Anastasia deve accettare di essere oggetto di atti di sadismo.
La trilogia di E.L.James (pseudonimo di Erika Leonard) è entrata di diritto in quella tipologia di romanzi che pochi dichiarano di aver letto (accampando, nel caso, i più svariati e ‘doverosi’ motivi). Ha però venduto più di 100 milioni di copie ed è stata tradotta in 52 lingue. Un successo editoriale di questo genere non poteva passare sotto silenzio e in materia si sono già spesi fiumi di parole. Era pertanto inevitabile che il cinema se ne accaparrasse i diritti contando sul fatto che i lettori desiderassero veder trasformati quei segni che chiamiamo scrittura in corpi in azione. Su questo piano sono destinati a rimanere delusi perché se c’è un elemento che manca in questo film è proprio la fisicità più o meno estrema, il sudore che sgorga dai pori di una pelle tormentata (dal piacere o dal dolore poco importa).
Un regista che di sadismo se ne intende, Lars Von Trier, aveva toccato ben altri livelli in Nymphomaniac – Volume 2. Qui invece si sta estremamente attenti alla ‘confezione’ tanto che non ci viene mostrato mai un organo sessuale (maschile o femminile che sia). Il cinema preesistente viene poi saccheggiato a piene mani e senza infingimenti: la scelta delle cravatte di Christian è una copia conforme della scena di American Gigolò così come non può mancare il ghiacciolo da 9 settimane e ½.
Se poi tanti anni fa era un Jean Louis Trintignant a percorrere distanze considerevoli per raggiungere Anouk Aimèe in Un uomo e una donna come potrà il miliardario Christian non colmare in tempi rapidissimi lo spazio che lo separa dall’amata per farle poi compiere un’esperienza con aliante? C’è però un elemento di cui la sceneggiatura di Kelly Marcel (Saving Mr.Banks) ha astutamente tenuto conto. Ogni volta che le richieste o le azioni di Christian (un Jamie Dorman dal corpo scolpito ma le cui sfumature espressive possono contenersi nelle dita di una mano) sfiorano il ridicolo è una Dakota Johnson, consapevole della difficoltà del ruolo, ad anticipare lo spettatore con una risatina imbarazzata sostituendosi a lui).
La colonna sonora di Danny Elfman fa il resto (con aggiunta di tanto di hit e con il ‘sacrilegio’ della presenza in sottofondo di “Im on fire” del Boss Springsteen). Il successo al box office è comunque facilmente prevedibile. Se una volta si accorreva in libreria prima e in sala poi per apprendere che “Amare significa non dover mai dire mi spiace” oggi “Amare significa dover subire le frustrate”. I tempi cambiano. Cosa ci vogliamo fare?

 

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